Alleviare l'intestino irritabile

Ripristinare l'equilibrio intestinale con i micronutrienti e alleviare flatulenza, stitichezza o diarrea

Nella sindrome dell'intestino irritabile, il normale funzionamento dell'intestino è compromesso. I sintomi caratteristici sono diarrea, stitichezza e mal di pancia. Il trattamento classico mira principalmente ad alleviare i sintomi, tuttavia nell'ambito della medicina dei micronutrienti esistono diverse sostanze in grado di intervenire anche sulla causa. Scoprite qui quali sono.

Cause e sintomi

Cause della sindrome dell'intestino irritabile

Uomo che si tiene la pancia per il dolore
La sindrome dell'intestino irritabile, chiamata in breve anche intestino irritabile, è una disfunzione dell'intestino che causa dolore e disturbi addominali aspecifici. Immagine: kirisa99/iStock/Getty Images Plus

La sindrome dell'intestino irritabile, chiamata in breve anche intestino irritabile, è una disfunzione dell'intestino che causa dolore e disturbi addominali aspecifici. La causa esatta della malattia non è chiara. I medici ritengono che sia data da una correlazione di più fattori:

Predisposizione genetica: alcune persone hanno una predisposizione genetica verso l'intestino irritabile. Inoltre, questa malattia colpisce più frequentemente le donne degli uomini, sebbene non ne sia ancora stato chiarito il motivo.

Alterazioni della flora intestinale: nelle persone con sindrome dell'intestino irritabile, spesso la flora intestinale è alterata. Ciò causa un aumento del numero di batteri intestinali indesiderati, processi infiammatori, disturbi del sistema immunitario e uno scarso rifornimento delle pareti intestinali.

Danni alla barriera intestinale (sindrome dell'intestino permeabile): nelle persone colpite, la parete intestinale è spesso più permeabile. Quando la barriera della parete intestinale è indebolita, le sostanze nocive la attraversano e finiscono nei tessuti e nel sangue, causando irritazione, malessere e infiammazioni.

Ipersensibilità del sistema nervoso intestinale: i movimenti intestinali sono regolati da un complesso sistema di nervi. Nelle persone con sindrome dell'intestino irritabile, questi movimenti naturali sono compromessi e l'intestino reagisce rapidamente con una sensazione di dolore e gonfiore, ad esempio a causa di un accumulo d'aria che gonfia l'intestino.

Attivazione del sistema immunitario: in alcune persone, la causa della sindrome dell'intestino irritabile è l'attivazione del sistema immunitario. Alcuni trasmettitori infiammatori (come l'istamina) vengono attivati maggiormente e causano un'infiammazione costante che, a loro volta, provoca la comparsa di dolore.

Infezioni: le infezioni intestinali causate da virus o batteripossono causare l'intestino irritabile e protrarsi per più settimane o addirittura mesi.

Stress: la sindrome dell'intestino irritabile non è una malattia di natura psichica. Tuttavia, esistono prove che indicano che il sistema nervoso degli organi interni sia ipereccitabile in caso di intestino irritabile. Stress psichico, rabbia o nervosismo potrebbero causare i disturbi o rafforzare ulteriormente i sintomi esistenti.

Sintomi della sindrome dell'intestino irritabile

In caso di sindrome dell'intestino irritabile si manifestano tipicamente sintomi quali mal di pancia, crampi e sensazione di pressione o gonfiore nel basso ventre. Segni frequenti sono anche pancia gonfia e flatulenza. Quando si soffre di questa malattia subiscono alterazioni anche i movimenti intestinali: la sindrome dell'intestino irritabile può infatti portare a diarrea cronica (tipo diarroico) o stitichezza (tipo stitico), oppure ad entrambe, in modo alternato.

Secondo le linee guida si è in presenza di questa sindrome se vengono soddisfatti i tre criteri seguenti:

  1. I disturbi sono cronici e durano più di tre mesi.
  2. Sintomi quali mal di pancia o flatulenza derivano dall'intestino e portano ad alterazioni dei movimenti intestinali.
  3. Si può escludere che i disturbi siano causati da altre malattie, quali malattie infiammatorie croniche intestinali, infezioni gastrointestinali, gastrite (infiammazione della parete dello stomaco), tumore o intolleranze alimentari come quella al glutine (celiachia), al lattosio o al fruttosio.

L'intestino irritabile non è una malattia infettiva. Solitamente ha un carattere cronico, ovvero i disturbi sono duraturi.

Secondo rilevazioni statistiche, le persone con sindrome dell'intestino irritabile tendono a soffrire di disturbi d'ansia, depressione e altri sentimenti negativi.

Classificazione

Obiettivi del trattamento

Come viene trattata la sindrome dell'intestino irritabile in modo classico?

Medico con una cartella clinica del paziente
La sindrome dell'intestino irritabile è diagnosticata per esclusione, vale a dire il medico deve dapprima escludere un'altra malattia, possibilmente più grave. Immagine: SARINYAPINNGAM/iStock/Getty Images Plus

La sindrome dell'intestino irritabile è diagnosticata per esclusione, vale a dire il medico deve dapprima escludere un'altra malattia, possibilmente più grave. Se tutti gli esami escludono la presenza di altre patologie, la diagnosi è chiara. Il trattamento mira principalmente ad alleviare i sintomi.

Poiché la sindrome dell'intestino irritabile non ha una causa univoca, anche il trattamento varia da caso a caso. Ogni paziente deve essere dunque esaminato singolarmente per rilevare i sintomi e stabilire come trattarli e come evitare che si manifestino di nuovo.

Trattamento dell'intestino irritabile con i farmaci:

  • Per alleviare il dolore si utilizzano farmaci della classe degli spasmolitici (Buscopan®, Spasman®), che combattono i crampi.
  • I farmaci contenenti il principio attivo loperamide (Imodium®, Dissenten®) agiscono contro la diarrea.
  • I lassativi contenenti il principio attivo bisacodile (Ducolax®, Laxidil®) aiutano in caso di stitichezza. Il trattamento di disturbi quali diarrea o stitichezza allevia contemporaneamente sintomi quali flatulenza e sensazione di gonfiore.
  • A seconda dei dolori e dei sintomi psichici concomitanti, si utilizzano, in base alle linee guida e in via sperimentale, anche degli antidepressivi, come ad esempio gli antidepressivi triciclici, quali amitriptilina (Adepril®, Triptizol®), doxepina (Zonalon®) o trimipramina (Surmontil®, Stangyl®), o gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, quali paroxetina (Dropaxin®, Paroxetina Pfizer®) o fluoxetina (Azur®, Fluxetil®).

Alimentazione e psicoterapia:

Il ruolo dell'alimentazione è oggetto di discussione e, sebbene non esista una raccomandazione nutrizionale di base, ci sono prove che una modifica nell'alimentazione personale, come ad esempio la rinuncia a determinati zuccheri a catena corta (carboidrati) che causano processi di fermentazione nell'intestino, può migliorare i disturbi.

Informazioni

Un approccio terapeutico alla sindrome dell'intestino irritabile è la "dieta FODMAP", che prevede l'eliminazione dalla dieta di alimenti che contengono carboidrati facilmente decomponibili per i batteri (oligosaccaridi, disaccaridi e monosaccaridi), tra cui fruttosio contenuto in mele, pere, miele, cipolle, lattosio del latte o dolcificanti artificiali come il sorbitolo.

Esistono anche studi che dimostrano l'utilità di un percorso psicoterapeutico complementare, come l'ipnosi legata all'intestino o una terapia cognitivo-comportamentale.

Gli obiettivi della medicina dei micronutrienti

La medicina dei micronutrienti utilizza vitamine, minerali e altre sostanze per arginare i disturbi legati alla sindrome dell'intestino irritabile e migliorare il benessere di chi ne è colpito.

  • I probiotici riequilibrano la flora intestinale favoriscono la salute della parete intestinale.
  • Le fibre sostengono i batteri probiotici.
  • La vitamina D regola il sistema immunitario.
  • Gli acidi grassi omega-3 arrestano le infiammazioni della mucosa intestinale.
  • Le vitamine del gruppo B assicurano il rinnovo della mucosa intestinale.
Classificazione

Trattamento con i micronutrienti

Probiotici per un clima intestinale sano

Efficacia dei probiotici in caso di sindrome dell'intestino irritabile

Rappresentazione della flora intestinale sana
Si presume che la presenza di flora intestinale alterata sia un importante fattore di rischio per la sindrome dell'intestino irritabile. I probiotici contengono diversi microrganismi "buoni" che si stabiliscono nell'intestino ed eliminano i germi patogeni dalle sostanze nutritive. Immagine: TimoninaIryna/iStock/Getty Images Plus

Si presume che la presenza di flora intestinale alterata sia un importante fattore di rischio per la sindrome dell'intestino irritabile. I probiotici contengono diversi microrganismi "buoni" che si stabiliscono nell'intestino ed eliminano i germi patogeni dalle sostanze nutritive. In questo modo impediscono la proliferazione degli agenti patogeni. Inoltre, i microrganismi probiotici aumentano le difese immunitarie, contribuiscono alla formazione di anticorpi e rafforzano la funzione di barriera dell'intestino, rendendo più difficile l'ingresso dei batteri nell'organismo.

Numerosi studi di alto livello hanno dimostrato che i probiotici alleviano i disturbi legati alla sindrome dell'intestino irritabile. Uno studio panoramico ha dimostrato che 34 studi su 42 hanno mostrato un effetto positivo dei probiotici su almeno un sintomo della sindrome dell'intestino irritabile.

Anche alcune associazioni professionali consigliano i probiotici per il trattamento della sindrome dell'intestino irritabile. La scelta del probiotico dipende poi dai sintomi. Alcuni degli studi disponibili mostrano come, per alcuni disturbi, singole tipologie di batteri siano più efficaci rispetto al loro intervento combinato:

  • In caso di stitichezza si consigliano i batteri dei ceppi Escherichia coli Nissle, Bifidobacterium animalis o Lactobacillus casei Shirota.
  • La flatulenza accompagnata da dolore può essere alleviata notevolmente con Bifidobacterium infantis, Bifidobacterium animalis ssp. lactis, Lactobacillus casei Shirota e Lactobacillus plantarum.
  • Per combattere ladiarrea si consigliano attualmente miscele di lattobacilli, bifidobatteri e lievito Saccharomyces boulardii.

Per concludere:

La ricerca sta cercando di personalizzare i preparati in base ai disturbi individuali, anche se non è ancora riuscita appieno nel suo scopo. Spesso i disturbi si manifestano in modo alternato, ad esempio si può soffrire di diarrea e poi di stitichezza, pertanto vale anche la pena di provare soluzioni diverse. Inoltre, può essere utile tentare anche diversi preparati combinati.

Dosaggio e consigli sull'assunzione dei probiotici in caso di sindrome dell'intestino irritabile

Esistono probiotici sotto forma di polvere, compresse o capsule, che andrebbero assunti insieme ai pasti o con molta acqua: in questi modi, infatti, ci si assicura che i probiotici arrivino vivi nell'intestino nonostante la presenza degli acidi gastrici. Per essere efficaci, i probiotici vanno assunti per un periodo di tempo lungo, perché se l'apporto di batteri buoni si arresta, essi vengono lentamente eliminati.

Per alleviare i sintomi della sindrome dell'intestino irritabile è necessario assorbire un numero sufficientemente elevato di batteri: secondo gli studi, sono efficaci dosi da uno a dieci miliardi di batteri. Nei preparati questa quantità è indicata come 109 o 1010 unitàformanti colonie (UFC).

Consiglio

È molto importante che i batteri probiotici siano numerosi perché gli acidi gastrici ne eliminano una grande parte. I probiotici di alta qualità sono coltivati con cura e lavorati in modo che non vengano danneggiati all'interno dei succhi gastrici (capsule gastroresistenti). Va ricordato che la quantità minima di batteri non è garantita dagli alimenti probiotici, pertanto si consiglia di assumere anche preparati a base di probiotici.

Cosa ricordare in caso di immunodeficienza e assunzione di farmaci

In caso di malati gravi, persone appena operate o molto anziane, nonché persone con un sistema immunitario indebolito dalla chemioterapia, il medico dovrebbe valutare in modo critico l'assunzione di probiotici.

L'uso di probiotici con il lievito Saccharomyces boulardii deve essere evitato in caso di malati gravi, persone con catetere venoso centrale e persone che vivono nel loro ambiente a causa del rischio di trasmissione. In questi casi è infatti stata osservata l'insorgenza di infezioni.

Se si devono assumere antibiotici a causa di un'infiammazione batterica intestinale, evitare di assumerli contemporaneamente ai preparati probiotici e rispettare un intervallo di 2-3 ore tra le assunzioni.

Le fibre sostengono i batteri probiotici

Efficacia delle fibre in caso di sindrome dell'intestino irritabile

Le fibre, i cosiddetti prebiotici, sono componenti vegetali degli alimenti che il corpo non è in grado di digerire. Arrivano nell'intestino crasso e lì fungono da il foraggio dei batteri buoni per la salute, come i bifidobatteri. In questo modo i batteri patogeni si diffondono con maggiore difficoltà nell'intestino.

In caso di sindrome dell'intestino irritabile con stitichezza prevalente, si consiglia un elevato apporto di fibre. Alcuni studi di alto livello confermano che i disturbi dei pazienti con intestino irritabile possono migliorare grazie all'assunzione di fibre. Dovrebbero provarle anche coloro che presentano sintomi quali dolore, flatulenza e diarrea.

Esistono anche studi nei quali le fibre non sono risultate più efficaci del placebo. Probabilmente dipende dalla tipologia di fibre testate: quelle solubili e viscose come i semi di psillio si sono rivelate efficaci, al contrario di quelle insolubili come la crusca. Anche i legami di zucchero a catena corta (inulina, oligofruttosio) sono problematici perché possono causare la produzione di gas e i disturbi ad essa correlati.

Esempio: semi di psillio

Un cucchiaio pieno di semi di psillio
I semi di psillio sono in grado di assorbire molta acqua, aumentando così il peso delle feci e conferendo loro una consistenza gelatinosa che ne migliora la scorrevolezza. Immagine: Lightstar59/iStock/Getty Images Plus

I semi di psillio sono in grado di assorbire molta acqua, aumentando così il peso delle feci e conferendo loro una consistenza gelatinosa che ne migliora la scorrevolezza.

In caso di stitichezza dovuta a sindrome dell'intestino irritabile, queste fibre solubili si sono rivelate particolarmente efficaci. In un primo studio, i sintomi dei soggetti cui erano stati somministrati per dodici settimane 10 grammi di semi di psillio al giorno erano migliorati due volte di più rispetto ai soggetti che avevano ricevuto il placebo o la crusca.

Esempio: amido resistente

L'amido resistente non viene scisso dagli enzimi digestivi e, dunque, raggiunge l'intestino crasso, dove viene metabolizzato dai batteri, con conseguente formazione di acidi grassi a catena corta come il butirrato. Questi acidi grassi contribuiscono alla salute intestinale in diversi modi: nutrono le cellule dell'intestino crasso, promuovono la circolazione intestinale, regolano i movimenti intestinali e inibiscono la crescita di germi patogeni.

La sindrome dell'intestino irritabile è accompagnata spesso da infiammazioni deboli ma costanti della mucosa intestinale, dovute ad una correlazione di diversi fattori. Alcuni studi dimostrano che il butirrato può arrestare queste tendenze infiammatorie: insieme ai farmaci standard distensivi e stimolanti dell'intestino, il butirrato ha alleviato i disturbi da intestino irritabile e migliorato la qualità della vita. I farmaci standard da soli non avevano portato ad alcun miglioramento significativo.

Dosaggio e consigli sull'assunzione delle fibre

Per alleviare i disturbi legati alla sindrome dell'intestino irritabile si consiglia di assumere ogni giorno 10 grammi di gusci di semi di psillio o fino a 25 grammi di amido resistente. È importante bere a sufficienza: almeno un bicchiere d'acqua (200 millilitri) ad ogni assunzione.

Le fibre possono causare flatulenza, in particolare se l'intestino non è abituato. Non assumere subito la dose massima, bensì introdurre lentamente le fibre nella dieta. L'intestino ha bisogno di un po' di tempo per assuefarsi alle nuove abitudini alimentari.

Le fibre sono sconsigliate per il trattamento di bambini con mal di pancia e stitichezza cronica.

Consiglio

Scegliere le fibre in modo mirato e dosarle in modo corretto: in caso di dose troppo bassa non si ottiene alcun effetto, mentre in caso di sovradosaggio l'intestino può produrre gas che causano flatulenza dolorosa o renderla più acuta se già esistente. Spesso è dunque possibile trovare il giusto dosaggio solo provando.

Inoltre, non tutti i preparati a base di prebiotici sono adatti ad ogni persona: uno studio ha mostrato che il 36-64% delle persone interessate è intollerante anche allo zucchero del latte (lattosio) o a quello della frutta (fruttosio). Alcuni prebiotici sono composti di fruttosio, ad esempio i fruttoligosaccaridi (= oligofruttosio o FOS e inulina). Il fruttosio è uno degli zuccheri semplici più facilmente scomponibili e non è incluso nella "dieta FODMAP".

L'amido resistente non è un problema per la "dieta FODMAP": È composto da molte unità di carboidrati e, dunque, viene scomposto meno facilmente ed è più tollerabile.

La vitamina D rafforza il sistema immunitario nell'intestino

Efficacia della vitamina D in caso di sindrome dell'intestino irritabile

La vitamina D svolge un ruolo importante per il sistema immunitario e per la regolazione dei processi infiammatori, anche nell'intestino. Un basso livello di vitamina D favorisce ad esempio l'insorgenza di malattie infiammatorie dell'intestino come il morbo di Crohn.

Inoltre, ci sono prove che un basso livello di vitamina D influenza lo sviluppo e il decorso della sindrome dell'intestino irritabile. Studi caso-controllo hanno dimostrato che lo stato della vitamina D nelle persone con sindrome dell'intestino irritabile è spesso troppo basso, e lo stesso vale anche per i bambini. Negli studi caso-controllo si confrontano sempre due gruppi: un gruppo di casi (malati) e un gruppo di controllo (sani).

Nei pazienti con intestino irritabile che in un primo studio medico avevano ricevuto preparati a base di vitamina D, la qualità della vita è migliorata significativamente rispetto al gruppo di soggetti cui era stato somministrato un placebo. Ulteriori esami hanno confermato che un basso livello di vitamina D rafforza anche sintomi quali depressione che possono manifestarsi in caso di sindrome dell'intestino irritabile. Gli autori dello studio spiegano che l'assunzione di preparati a base di vitamina D potrebbe alleviare anche questi disturbi. Gli studi di alto livello disponibili indicano tuttavia che questa correlazione non è ancora chiara.

In caso di sindrome dell'intestino irritabile si consiglia di determinare lo stato della vitamina D e di compensarne in ogni caso l'eventuale carenza con preparati idonei.

Dosaggio e consigli sull'assunzione della vitamina D in caso di sindrome dell'intestino irritabile

La giusta dose di vitamina D dipende idealmente dal suo livello nel sangue: in caso di leggera carenza si consigliano da 1.000 a 4.000 unità internazionali al giorno, mentre in caso di carenza grave a volte sono necessarie dosi maggiori per un periodo stabilito dal medico. Per maggiori informazioni sul corretto dosaggio della vitamina D leggere qui.

Assumere i preparati sempre insieme ai pasti. Poiché la vitamina D è liposolubile, necessita dei grassi introdotti con l'alimentazione per essere assorbita correttamente dall'organismo.

Far determinare in laboratorio il livello di vitamina D

Vitamina D - Test con risultato
In caso di sindrome dell'intestino irritabile, per scoprire se è presente anche una carenza di vitamina D si analizza la quantità di calcidiolo (25-OH-vitamina D), un precursore della vitamina D, nel siero. Immagine: jarun011/iStock/Thinkstock

In caso di sindrome dell'intestino irritabile, per scoprire se è presente anche una carenza di vitamina D si analizza la quantità di calcidiolo (25-OH-vitamina D), un precursore della vitamina D, nel siero, ovvero la componente liquida del sangue priva di cellule ematiche.

Livelli inferiori a 20 nanogrammi di calcidiolo per millilitro sono considerati insufficienti. Idealmente si dovrebbe avere un valore compreso tra 40 e 60 nanogrammi di calcidiolo per millilitro. Si dovrebbero eseguire gli esami del sangue due volte l'anno.

Da considerare in caso di insufficienza renale, sarcoidosi e assunzione di farmaci

I diuretici del gruppo dei tiazidici riducono l'eliminazione del calcio attraverso i reni. In altre parole, il calcio resta nel sangue. Poiché la vitamina D aumenta il livello di calcio nel sangue, dovrebbe essere assunta insieme ai tiazidici solo se il livello di calcio viene controllato regolarmente. Tra i tiazidici figura soprattutto il principio attivo idroclorotiazide (Disalunil®, Esidrex®). Altri tiazidici sono indapamide (ad esempio Indamol®, Ipamix®) e xipamide (ad esempio Aquafor®, Neotri®).

In assenza di controlli regolari del livello di vitamina D nel sangue, quest'ultima va evitata anche in caso di calcoli renali o insufficienza renale. La vitamina D può far aumentare i livelli di calcio nel sangue, che i reni malati non sono in grado di eliminare in modo sufficiente.

Spesso il livello di calcio nel sangue aumenta nei pazienti che soffrono di sarcoidosi. In questo caso si sconsiglia di assumere vitamina D.

Gli acidi grassi omega-3 eliminano le infiammazioni

Efficacia degli acidi grassi omega-3 in caso di sindrome dell'intestino irritabile

In molte persone con sindrome dell'intestino irritabile la mucosa intestinale presenta un'infiammazione leggera ma costante, che compromette il normale funzionamento intestinale provocando disturbi. Gli acidi grassi omega-3 contribuiscono a ridurre le infiammazioni nell'intestino poiché producono sostanze in grado di porre fine alle infiammazioni in modo attivo. Studi iniziali dimostrano che i pazienti con intestino irritabile presentano spesso uno scarso apporto di acidi grassi omega-3, come l'acido eicosapentaenoico (EPA) e l'acido docosaesaenoico (DHA).

Gli acidi grassi omega-3 non sono solo efficaci nell'arrestare le infiammazioni dell'intestino irritabile. Studi preliminari hanno infatti dimostrato che anche la flora intestinale è migliorata a seguito dell'assunzione di acidi grassi omega-3 da parte dei pazienti.

Un primo studio condotto su donne asiatiche ha mostrato una correlazione tra una percentuale ridotta di acidi grassi omega-3 e un tasso più elevato di depressione come sintomo concomitante della sindrome da intestino irritabile. Gli acidi grassi omega-3 sono risultati efficaci anche contro i disturbi depressivi.

Nel complesso, gli studi sull'assunzione di acidi grassi omega-3 in caso di intestino irritabile sono incoraggianti. Tuttavia, secondo gli autori degli studi, la correlazione deve essere provata in modo più chiaro.

Dosaggio e consigli sull'assunzione degli acidi grassi omega-3 in caso di sindrome dell'intestino irritabile

In caso di sindrome dell'intestino irritabile si consiglia di assumere ogni giorno da 2.000 a 5.000 milligrammi di acidi grassi omega-3 (EPA e DHA).

L'EPA e il DHA sono contenuti nel pesce ricco di grassi e negli integratori contenenti olio di pesce. I preparati a base di omega-3 dovrebbero essere sempre assunti insieme ai pasti. Il grasso degli alimenti migliora infatti l'assorbimento degli acidi grassi nell'intestino.

Nella scelta dei preparati, prestare attenzione all'alta qualità e purezza. Utilizzare sempre olio di pesce purificato oppure olio di krill. L'olio di krill è puro per natura, quindi non contiene sostanze indesiderate ed esalta le caratteristiche dei preziosi acidi grassi.

Far determinare in laboratorio l'indice omega-3

Un esame del sangue può determinare se l'organismo riceve il giusto apporto di acidi grassi omega-3 (indice omega-3). L'esame si effettua misurando la percentuale degli omega-3 presente nei globuli rossi (eritrociti). Il valore dovrebbe essere superiore al 4%, essendo ottimale un valore superiore all'8%. Ciò significa che otto acidi grassi su 100 presenti nei globuli rossi sono acidi grassi omega-3 di alta qualità.

Da considerare in caso di malattie e assunzione di anticoagulanti

Si presume che gli acidi grassi omega-3 abbiano un effetto anticoagulante, pertanto può accadere che si riduca la necessità di assumere farmaci anticoagulanti (Falithrom®, Marcumar®). In caso di assunzione di anticoagulanti e preparati a base di omega-3 (a partire da 1.000 milligrammi), è necessario monitorare attentamente i valori di coagulazione. In determinati casi il medico potrebbe regolare la dose dei farmaci.

Le persone con coagulopatie dovrebbero evitare di assumere preparati a base di omega-3.

Le vitamine del gruppo B rafforzano la mucosa intestinale

Efficacia delle vitamine del gruppo B in caso di sindrome dell'intestino irritabile

Le vitamine del gruppo B svolgono un ruolo importante nella produzione di energia e nella divisione cellulare, soprattutto nell'intestino, perché le cellule della mucosa intestinale si dividono naturalmente con una particolare frequenza. Un apporto sufficiente di vitamine del gruppo B assicura anche la guarigione dei danni intestinali.

Una carenza di vitamina B ha gravi conseguenze per le mucose del sistema gastrointestinale:

La vitamina B2 (riboflavina) non solo fornisce energia ma garantisce anche una protezione antiossidante delle cellule. Un'analisi di diversi studi ha mostrato che i pazienti con intestino irritabile non assumevano sufficiente vitamina B2 tramite la dieta.

La vitamina B6 (piridossina) svolge un ruolo importante in numerosi processi metabolici, tra cui la produzione di proteine cellulari. Una carenza di vitamina B6 porta a inappetenza e diarrea. Un primo studio ha mostrato che i sintomi dell'intestino irritabile erano particolarmente evidenti nelle persone che assumevano poca vitamina B6 con la dieta.

La vitamina B12 (cobalamina) è utile ad esempio per la divisione cellulare e il funzionamento dei nervi. Una carenza di vitamina B12 è particolarmente frequente in presenza di malattie intestinali infiammatorie.

Inoltre, anche il metabolismo delle cellule che si dividono spesso necessita di vitamina B1, biotina, acido folico, niacina e acido pantotenico.

Dosaggio e consigli sull'assunzione delle vitamine del gruppo B in caso di sindrome dell'intestino irritabile

In caso di sindrome dell'intestino irritabile si consiglia di garantire un apporto adeguato di vitamine del gruppo B. Potrebbe dunque essere utile un preparato con più micronutrienti che contenga tutte le vitamine del gruppo B:

  • Vitamina B1: fino a 5 milligrammi
  • Vitamina B2: fino a 5 milligrammi
  • Vitamina B6: fino a 10 milligrammi
  • Vitamina B12: da 10 a 20 microgrammi
  • Acido folico: da 200 a 400 microgrammi
  • Biotina: da 100 a 200 microgrammi
  • Niacina: 50 milligrammi
  • Acido pantotenico: 30 milligrammi

Consiglio

Alcune persone utilizzano l'acido folico solo in modo limitato a causa di un enzima difettoso che produce la forma attiva, l'acido 5-metiltetraidrofolico, dall'acido folico solo in modo insufficiente. Pertanto, l'acido folico deve essere fornito direttamente sotto forma di acido 5-metiltetraidrofolico.

Da considerare in caso di gravidanza e allattamento, insufficienza renale e assunzione di farmaci

Le donne incinte e che allattano al seno dovrebbero assumere dosi elevate di vitamine del gruppo B solo in presenza di una carenza comprovata, e sempre dopo averne parlato con il proprio ginecologo.

Vitamina B12: prestare attenzione in caso di insufficienza renale

In persone con insufficienza renale, dosi elevate di vitamina B possono peggiorare la funzionalità dei reni. Secondo gli esperti, tale peggioramento si deve presumibilmente alla vitamina B12. In presenza di insufficienza renale, dosi elevate di cianocobalamina sono dannose, pertanto sarebbe meglio assumere la vitamina B12 sotto forma di metilcobalamina.

Non assumere la vitamina B6 insieme a farmaci antiepilettici o antiparkinsoniani

A dosi elevate superiori a 5 milligrammi al giorno la vitamina B6 può ridurre l'efficacia dei farmaci antiepilettici a base dei principi attivi gabapentin o carbamazepina e degli antiparkinsoniani a base di levodopa. Se si assumono questi farmaci, si dovrebbe evitare di prendere preparati contenenti dosi elevate di vitamina B6.

Dosaggi in breve

Dosi giornaliere consigliate di micronutrienti in caso di sindrome dell'intestino irritabile

 

Vitamine

Vitamina B1

fino a 5 milligrammi (mg)

Vitamina B2

fino a 5 milligrammi  

Vitamina B6

fino a 10 milligrammi  

Vitamina B12

da 10 a 20 microgrammi (µg)

Acido folico

da 200 a 400 microgrammi 

Biotina

da 100 a 200 microgrammi 

Niacina

50 milligrammi

Acido pantotenico

30 milligrammi 

Vitamina D

da 1.000 a 4.000 unità internazionali (UI) o a seconda del livello

 

Altre sostanze

Probiotici

109 o 1010 unitàformanti colonie (UFC)

Fibre:

Gusci dei semi di psillio

Amido resistente

 

10 grammi (g)

fino a 25 grammi

Acidi grassi omega-3

da 2.000 a 5.000 milligrammi

 

Esami di laboratorio in breve

Esami di laboratorio consigliati in caso di sindrome dell'intestino irritabile

 

Valori normali

 

da 40 a 60 nanogrammi per millilitro (ng/ml)

Indice omega-3:

Media

Ottimale

 

dal 5 all'8%

dall'8 all'11%

 

 

Classificazione

Riepilogo

Le persone affette da sindrome dell'intestino irritabile presentano un malfunzionamento intestinale che porta a disturbi molto diversi come dolore, senso di pienezza, flatulenza o diarrea.

La causa della sindrome dell'intestino irritabile non è chiara. Si presume che la patologia sia dovuta a fattori genetici, ma nel suo sviluppo potrebbero intervenire anche il sistema immunitario, problemi neurologici e la presenza di flora intestinale alterata.

Nella medicina dei micronutrienti si utilizzano sostanze che influenzano positivamente il funzionamento dell'intestino in caso di sindrome dell'intestino irritabile: i batteri probiotici riequilibrano la flora intestinale e migliorano così l'attività e lo stato delle pareti intestinali. Le fibre migliorano l'efficacia dei probiotici perché nutrono i batteri sani. La vitamina D regola invece il sistema immunitario, e gli acidi grassi omega-3 arrestano le infiammazioni in modo attivo. Le vitamine del gruppo B assicurano che la mucosa intestinale si rinnovi in modo sufficientemente veloce.

Classificazione

Indice degli studi e delle fonti

Aller, R. et al. (2004): Effects of a high-fiber diet on symptoms of irritable bowel syndrome: a randomized clinical trial. Nutrition 2004; 20: 735–737. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15325678, consultato il 08.05.2018.

Andrews, E.B. et al. (2005): Prevalence and demographics of irritable bowel syndrome: results from a large web-based survey. Aliment Pharmacol Ther. 2005; 22: 935–942. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16268967, consultato il 08.05.2018.

Anti, M. et al. (1998): Water supplementation enhances the effect of high-fiber diet on stool frequency and laxative consumption in adult patients with functional constipation. Hepatogastroenterology 1998; 45: 727–732. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9684123, consultato il 08.05.2018.

Barbara, G. et al. (2002): A role for inflammation in irritable bowel syndrome? Gut 2002; 51: 41–44. http://gut.bmj.com/content/51/suppl_1/i41, consultato il 08.05.2018.

Bennett, E.J. et al. (1998): Level of chronic life stress predicts clinical outcome in irritable bowel syndrome. Gut 1998; 43: 256–261. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10189854, consultato il 08.05.2018.

Bercik, P. et al. (2005): Is irritable bowel syndrome a low-grade inflammatory bowel disease? Gastroenterol Clin North Am 2005; 34:235–245. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15862932, consultato il 08.05.2018.

Biesalski, H. K. (2016): Vitamine und Minerale. Georg Thieme Verlag, Stuttgart.

Bijkerk, C.J. et al. (2004): Systematic review: the role of different types of fibre in the treatment of irritable bowel syndrome. Aliment Pharmacol Ther 2004; 19: 245–251. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14984370, consultato il 08.05.2018.

Bijkerk, C.J. et al. (2009): Soluble or insoluble fibre in irritable bowel syndrome in primary care? Randomised placebo controlled trial BMJ 2009; 339: https://www.bmj.com/content/339/bmj.b3154, consultato il 08.05.2018.

Blanchard, E.B. et al. (2008): The role of stress in symptom exacerbation among IBS patients. J Psychosom Res 2008; 64: 119–128. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18222125, consultato il 08.05.2018.

Borsch, J. (2018): Saccharomyces nicht in der Nähe von Schwerkranken. Im Internet: https://www.deutsche-apotheker-zeitung.de/news/artikel/2018/01/22/saccharomyces-nicht-bei-schwerkranken-oder-immunsupprimierten, consultato il 08.05.2018.

Borycka-Kiciak, K. et al. (2017): Butyric acid – a well-known molecule revisited. Prz Gastroenterol. 2017; 12(2): 83–89. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5497138/#sec3title, consultato il 08.05.2018.

Chadwick, V.S. et al. (2002): Activation of the mucosal immune system in irritable bowel syndrome. Gastroenterology 2002; 122: 1778–1783. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12055584, consultato il 08.05.2018.

Chua, C.S. et al. (2017): Fatty acid components in Asian female patients with irritable bowel syndrome. Medicine (Baltimore). 2017 Dec; 96(49): e9094. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29245334, consultato il 08.05.2018.

Clarke, G. et al. (2010): Marked elevations in pro-inflammatory polyunsaturated fatty acid metabolites in females with irritable bowel syndrome. J Lipid Res. 2010 May; 51(5): 1186–1192. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2853445/, consultato il 08.05.2018.

Codling, C. et al. (2010): A molecular analysis of fecal and mucosal bacterial communities in irritable bowel syndrome. Dig Dis Sci 2010; 55: 392–397. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19693670, consultato il 08.05.2018.

Costantini, L. et al. (2017): Impact of Omega-3 Fatty Acids on the Gut Microbiota. Int J Mol Sci. 2017 Dec 7;1 8(12). https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29215589, consultato il 08.05.2018.

Dancey, C.P. et al. (1998): The relationship between daily stress and symptoms of irritable bowel: a time-series approach. J Psychosom Res 1998; 44: 537–545. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9623874, consultato il 08.05.2018.

Deutsche Gesellschaft für Verdauungs- und Stoffwechselkrankheiten (DGVS) und der Deutsche Gesellschaft für Neurogastroenterologie und Motilität (DGNM) (2011): S3-Leitlinie Reizdarmsyndrom: Definition, Pathophysiologie, Diagnostik und Therapie, AWMF-Registriernummer: 021/016, http://www.awmf.org/uploads/tx_szleitlinien/021-016l_S3_Reizdarmsyndrom_2011-abgelaufen.pdf, consultato il 12.06.2018.

Dinan, T.G. et al. (2008): Enhanced cholinergic-mediated increase in the pro-inflammatory cytokine IL-6 in irritable bowel syndrome: role of muscarinic receptors. Am J Gastroenterol 2008; 103: 2570–2576. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18785949, consultato il 08.05.2018.

Distrutti, E. et al. (2016): Gut microbiota role in irritable bowel syndrome: New therapeutic strategies. World J Gastroenterol. 2016 Feb 21; 22(7): 2219–2241. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4734998/, consultato il 08.05.2018.

Edebol-Carlman, H. et al. (2018): Cognitive behavioral therapy for irritable bowel syndrome: the effects on state and trait anxiety and the autonomic nervous system during induced rectal distensions - An uncontrolled trial. Scand J Pain. 2018 Jan 26;18(1):81-91. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29794287, consultato il 12.06.2018.

El-Salhy, M. et al. (2012): The role of diet in the pathogenesis and management of irritable bowel syndrome (Review). Int J Mol Med. 2012 May; 29(5): 723–731. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22366773, consultato il 08.05.2018.

Ford, A. et al. (2008): Effects of fibre, antispasmotics, and peppermint oil in the treatment of irritable bowel syndrome: systematic reiiew and meta-analysis. BMJ. 2009; 338: b1881. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3060574/, consultato il 08.05.2018.

Fournier, A. et al. (2018):  Emotional overactivity in patients with irritable bowel syndrome. Neurogastroenterol Motil. 2018 Jun 1:e13387.  https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29856118, consultato il 12.6.2018.

Foxx-Orenstein, A.E. (2016): New and emerging therapies for the treatment of irritable bowel syndrome: an update for gastroenterologists. Therap Adv Gastroenterol. 2016 May; 9(3): 354–375. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4830102/, consultato il 08.05.2018.

Fuentes‐Zaragoza, E. et al. (2011): Resistant starch as prebiotic: A review. Biosynthesis, Nutrition, Biomedical 2001; 63(7): 406–415. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/star.201000099, consultato il 08.05.2018.

Furnari, M. et al. (2015): Optimal management of constipation associated with irritable bowel syndrome. Ther Clin Risk Manag. 2015; 11: 691–703. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4425337/, consultato il 08.05.2018.

Gröber, U. (2011): Mikronährstoffe. Metabolic Tuning – Prävention – Therapie. 3. Aufl. Wissenschaftliche Verlagsgesellschaft mbH Stuttgart.

Guilarte, M. et al. (2007): Diarrhoea-predominant IBS patients show mast cell activation and hyperplasia in the jejunum. Gut 2007; 56: 203–209. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1856785/, consultato il 08.05.2018.

Gwee, K.A. et al. (2003): Increased rectal mucosal expression of interleukin 1beta in recently acquired post-infectious irritable bowel syndrome. Gut 2003; 52: 523–526. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12631663, consultato il 08.05.2018.

Hertig, V.L. et al. (2007): Daily stress and gastrointestinal symptoms in women with irritable bowel syndrome. Nurs Res 2007; 56: 399–406. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18004186, consultato il 08.05.2018.

Higgins, J.A. und Brown, I.L. (2013)): Resistant starch: a promising dietary agent for the prevention/treatment of inflammatory bowel disease and bowel cancer. Current Opinion in Gastroenterology 29: 190–194. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23385525, consultato il 08.05.2018.

Hongisto, S.M. et al. (2006): A combination of fibre-rich rye bread and yoghurt containing Lactobacillus GG improves bowel function in women with self-reported constipation. Eur J Clin Nutr 2006; 60: 319–324. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16251881, consultato il 08.05.2018.

Hungin, A.P et al. (2005): Irritable bowel syndrome in the United States: prevalence, symptom patterns and impact. Aliment Pharmacol Ther 2005; 21: 1365–1375. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15932367, consultato il 08.05.2018.

Jones, M.P. et al. (2006): Coping strategies and interpersonal support in patients with irritable bowel syndrome and inflammatory bowel disease. Clin Gastroenterol Hepatol 2006; 4: 474–481. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16616353, consultato il 08.05.2018.

Kanazawa, M. et al. (2004): Patients and nonconsulters with irritable bowel syndrome reporting a parental history of bowel problems have more impaired psychological distress. Dig Dis Sci 2004; 49: 1046–1053. https://link.springer.com/article/10.1023/B:DDAS.0000034570.52305.10, consultato il 08.05.2018.

Kassinen, A. et al. (2007): The fecal microbiota of irritable bowel syndrome patients differs significantly from that of healthy subjects. Gastroenterology 2007; 133: 24–33. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17631127, consultato il 08.05.2018.

Kerckhoffs, A.P. et al (2009): Lower Bifidobacteria counts in both duodenal mucosa-associated and fecal microbiota in irritable bowel syndrome patients. World J Gastroenterol 2009; 15: 2887–2892. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19533811, consultato il 08.05.2018.

Kindt, S. et al. (2009): Immune dysfunction in patients with functional gastrointestinal disorders. Neurogastroenterol Motil 2009; 21: 389–398. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19126184, consultato il 08.05.2018.

Konturek, P.C. & Zopf, Y. (2010): Therapeutische Modulation der Darmmikrobiota beim Reizdarmsyndrom. Von Probiotika bis zur fäkalen Mikrobiota-Therapie. MMW-Fortschritte der Medizin 2017; 159 (S7): 1–5. https://www.springermedizin.de/therapeutische-modulation-der-darmmikrobiota-beim-reizdarmsyndro/15277168, consultato il 10.07.2018.

Krogius-Kurikka, L. et al. (2009): Microbial community analysis reveals high level phylogenetic alterations in the overall gastrointestinal microbiota of diarrhoea-predominant irritable bowel syndrome sufferers. BMC Gastroenterol 2009; 9: 95. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20015409, consultato il 08.05.2018.

Layer, P. et al. (2011): S3-Leitlinie Reizdarmsyndrom: Definition, Pathophysiologie, Diagnostik und Therapie. Gemeinsame Leitlinie der Deutschen Gesellschaft für Verdauungs-und Stoffwechselkrankheiten (DGVS) und der Deutschen Gesellschaft für Neurogastroenterologie und Motilität (DGNM). Z Gastroenterol 2011; 49: 237–293. https://www.dgvs.de/wp-content/uploads/2016/11/Leitlinie_Reizdarmsyndrom.pdf, consultato il 08.05.2018.

Li, Y.C. et al. (2015): Critical Roles of Intestinal Epithelial Vitamin D Receptor Signaling in Controlling Gut Mucosal Inflammation. J Steroid Biochem Mol Biol. 2015 Apr; 148: 179–183. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4361385/, consultato il 08.05.2018.

Ligaarden, S.C. & Farup, P.G. (2011): Low intake of vitamin B6 is associated with irritable bowel syndrome symptoms. Nutr Res. 2011 May; 31(5): 356–361. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21636013, consultato il 08.05.2018.

Lockyer, S. & Nugent, A.P. (2017): Health effects of resistant starch. Biosynthesis, Nutrition, Biomedical 2017: Doi: 10.1111/nbu.12244. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/nbu.12244, consultato il 08.05.2018.

Lorente-Cebrián, S. et al. (2015): An update on the role of omega-3 fatty acids on inflammatory and degenerative diseases. J Physiol Biochem. 2015 Jun; 71(2): 341–349. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25752887, consultato il 08.05.2018.

Meier, R. (2010): Probiotics in Irritable Bowel Syndrome. Ann Nutr Metab 2010; 57(1): 12–13. https://www.karger.com/Article/Pdf/309017, consultato il 08.05.2018.

Menni, C. et al. (2017): Omega-3 fatty acids correlate with gut microbiome diversity and production of N-carbamylglutamate in middle aged and elderly women. Sci Rep. 2017; 7: 11079. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5593975/, consultato il 08.05.2018.

Minocha, A. et al. (2006): Prevalence, sociodemography, and quality of life of older versus younger patients with irritable bowel syndrome: a population-based study. Dig Dis Sci 2006; 51: 446–453. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16614950, consultato il 08.05.2018.

Murray, C.D. et al. (2004): Effect of acute physical and psychological stress on gut autonomic innervation in irritable bowel syndrome. Gastroenterology 2004; 127: 1695–1703. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15578507, consultato il 08.05.2018.

Nwosu, B.U. et al. (2017): Vitamin D status in pediatric irritable bowel syndrome. PloS one 13 Feb 2017, 12(2) :e0172183. http://europepmc.org/abstract/med/28192499, consultato il 08.05.2018.

Ohman, L. et al. (2009): T-cell activation in patients with irritable bowel syndrome. Am J Gastroenterol 2009; 104: 1205–1212. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19367268, consultato il 08.05.2018.

Park, H.J. et al. (2008): Psychological distress and GI symptoms are related to severity of bloating in women with irritable bowel syndrome. Res Nurs Health 2008; 31: 98–107. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18181134, consultato il 08.05.2018.

Piche, T. et al. (2009): Impaired intestinal barrier integrity in the colon of patients with irritable bowel syndrome: involvement of soluble mediators. Gut 2009; 58: 196–201. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18824556, consultato il 08.05.2018.

Quartero, A.O. et al. (2005): Bulking agents, antispasmodic and antidepressant medication for the treatment of irritable bowel syndrome. Cochrane Database Syst Rev 2005; 2: CD003460. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15846668, consultato il 08.05.2018.

Rees, G. et al. (2005): Randomised-controlled trial of a fibre supplement on the symptoms of irritable bowel syndrome. J R Soc Promot Health 2005; 125: 30–34. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15712850, consultato il 08.05.2018.

Rodin, B.K. et al. (2018): A Review of Microbiota and Irritable Bowel Syndrome: Future in Therapies. Adv Ther (2018) 35: 289–310. https://link.springer.com/content/pdf/10.1007%2Fs12325-018-0673-5.pdf, consultato il 08.05.2018.

Rodiño-Janeiro, B.K. et al. (2018): A Review of Microbiota and Irritable Bowel Syndrome: Future in Therapies. Adv Ther. 2018 Mar; 35(3): 289-310. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29498019, consultato il 08.05.2018.

Saito, Y.A et al. (2003): The effect of new diagnostic criteria for irritable bowel syndrome on community prevalence estimates. Neurogastroenterol Motil 2003; 15: 687–694. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14651605, consultato il 08.05.2018.

Shulmann, R.J. et al. (2017): Psyllium Fiber Reduces Abdominal Pain in Children with Irritable Bowel Syndrome in a Randomized, Double-Blind Trial. Clinical Gastroenterology and Hepatology 2017; 15(5): 712–719. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1542356516300210, consultato il 08.05.2018.

Silk, D.B.A. et al (2009): Clinical trial: the effects of a trans-galactooligosaccharide prebiotic on faecal microbiota and symptoms in irritable bowel syndrome. Aliment Pharmacol Ther. 2009; 29: 508–18. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19053980, consultato il 08.05.2018.

Sinagra, E. et al. (2016): Inflammation in irritable bowel syndrome: Myth or new treatment target? World J Gastroenterol. 2016; 22(7): 2242–2255. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4734999/, consultato il 08.05.2018.

Solakivi, T. et al. (2011): Serum fatty acid profile in subjects with irritable bowel syndrome. Scand J Gastroenterol. 2011 Mar; 46(3): 299–303. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21073373, consultato il 08.05.2018.

Spetalen, S. et al. (2009): Rectal visceral sensitivity in women with irritable bowel syndrome without psychiatric comorbidity compared with healthy volunteers. Gastroenterol Res Pract 2009: 130684. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19789637, consultato il 08.05.2018.

Spiller, R. & Garsed, K. (2009): Infection, inflammation, and the irritable bowel syndrome. Dig Liver Dis 2009; 41: 844–849. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19716778, consultato il 08.05.2018.

Spiller, R. & Campbell, E. (2006): Post-infectious irritable bowel syndrome. Curr Opin Gastroenterol 2006; 22: 13–17. https://academic.oup.com/cid/article/46/4/594/298845, consultato il 08.05.2018.

Spiller, R.C. (2007): Irritable bowel syndrome: bacteria and inflammation – clinical relevance now. Curr Treat Options Gastroenterol 2007; 10: 312–321. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17761124, consultato il 08.05.2018.

Tabas, G. et al. (2004): Paroxetine to treat irritable bowel syndrome not responding to high-fiber diet: a double-blind, placebo-controlled trial. Am J Gastroenterol 2004; 99: 914–920. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15128360, consultato il 08.05.2018.

Tana, C. et al. (2010): Altered profiles of intestinal microbiota and organic acids may be the origin of symptoms in irritable bowel syndrome. Neurogastroenterol Motil 2010; 22: 512–519. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19903265, consultato il 08.05.2018.

Tazzyman, S. et al. (2015): Vitamin D associates with improved quality of life in participants with irritable bowel syndrome: outcomes from a pilot trial. BMJ Open Gastroenterology 2015; 2: e000052. http://bmjopengastro.bmj.com/content/2/1/e000052, consultato il 08.05.2018.

Williams, C.E. et al. (2018): Vitamin D status in irritable bowel syndrome and the impact of supplementation on symptoms: what do we know and what do we need to know? Eur J Clin Nutr. 2018 Jan 25. doi: 10.1038/s41430-017-0064-z. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29367731, consultato il 08.05.2018.

Załęski, A. et al. (2013): Butyric acid in irritable bowel syndrome. Prz Gastroenterol. 2013; 8(6): 350–353. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4027835/, consultato il 08.05.2018.

Zhou, Z. et al. (2013): Effect of resistant starch structure on short‐chain fatty acids production by human gut microbiota fermentation in vitro. Biosynthesis, Nutrition, Biomedical 2013; 65(5–6): 509–516. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/star.201200166, consultato il 08.05.2018.

Classificazione

Mostra